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Tafita va a scuola

Quel giorno mentre passavo accanto a quel campetto dove alcuni ragazzi stavano giocando spensierati a pallacanestro, non sapevo quello che sarebbe successo di lì a qualche mese. Non sapevo ancora quanto i miei passi si sarebbero fatti sicuri nel percorrere quel sentierino tra le sterpaglie, quanto quelle casette diroccate sarebbero state per me accoglienti, così come i visi di quei bambini che mi venivano incontro prendendomi per mano con una naturalezza disarmante.

Non sapevo che giorno dopo giorno mi sarei ritrovata sempre più coinvolta da quelle voci che si rincorrevano per farsi sentire e sempre più indaffarata nel cercare di contribuire nel dare a questi bambini una possibilità.

Tra i ricordi più preziosi di quei primi mesi, che mi porto nel cuore, c’è anche questo episodio.

Ricordo che avevamo appena avviato l’attività di quel progetto in cui avevo messo tutte le mie energie, la maggior parte dei bambini avevano appena iniziato ad essere costanti nel partecipare alle attività e bisognava capire come procedere, soprattutto per quanto riguardava l’istruzione.

Avevo già mosso i miei contatti, chiesto aiuto alla mia famiglia e parlato con chi dall’Italia in quel periodo ci mandava i fondi necessari: la domanda che mi attanagliava la testa era: “possiamo davvero garantire l’istruzione a questi bambini?”. Non mi attendeva una risposta, mi attendeva una scelta: quella di fare una promessa e mantenere un impegno con determinazione perché il sogno di poter studiare di quei bambini, questo loro diritto, una volta garantito non venisse più sgualcito o rimesso in un angolo buio.

Inoltre era importante capire quali fossero le conoscenze dei bambini, chi era già stato a scuola, se c’era qualcuno che sapeva già leggere e scrivere, quali i ricordi di percorsi che a causa delle difficoltà delle famiglie erano stati già una volta interrotti. Bisognava rispolverare e far risuonare le dolci melodie che soltanto la bellezza del poter imparare e del non essere più esclusi potevano generare, dovevamo preparare i bimbi a non mollare.

In uno di quei giorni di pensieri e programmazione mi ritrovai a chiamare in ufficio il piccolo Tafita.

Otto anni di bambino racchiusi in meno di un metro e venti di altezza da cui si sprigionavano un sorriso irresistibilmente furbetto e due occhi curiosi e pieni di luce.

Iniziammo a parlare della scuola.

Gli chiesi: “Tafy, tu vuoi andare a scuola?”

“EKA! Si vorrei studiare! Io ci andavo già a scuola…” mi rispose.

Ne fui molto sorpresa ma lo lasciai parlare.

Il bambino mi spiegò che lui andava a scuola tutte le mattine ma che poi non era potuto andare più. Lo disse con una tale convinzione che non potei non credergli in quel momento. Gli chiesi comunque di dire ai suoi genitori di passare da me per parlare bene anche con loro e per avere più informazioni e gli dissi che quel giorno, se lo desiderava, poteva iniziare a prepararsi insieme agli altri bimbi perchè l’iscrizione di settembre si avvicinava e che visto che lui aveva già frequentato, se avesse dimostrato impegno e costanza, avremmo provato a farlo recuperare e ad inserirlo nella seconda classe per non fargli perdere altro tempo prezioso.

E così fu, Tafita iniziò effettivamente a frequentare il sostegno allo studio in preparazione della seconda classe, non mancando mai e impegnandosi moltissimo.

Quando dopo qualche giorno riuscimmo a parlare con il papà di Tafita e gli chiedemmo come mai il bambino avesse interrotto il suo percorso scolastico, l’uomo ci disse che in realtà non lo avevano mai potuto iscrivere a scuola.

Chiamammo allora Tafita di nuovo in ufficio per capire come mai ci avesse detto che lui invece a scuola ci era già andato e il bambino rispose: “Io andavo tutte le mattine a scuola, accompagnavo mia sorella Elisa e quando lei entrava nel cortile io tornavo indietro.”

In quel momento realizzai che non si trattava di una bugia, per il bambino andare a scuola fino a quel momento aveva significato realmente soltanto accompagnare la sorella perché lui in quella scuola non era iscritto. Perché lui quel diritto di sedersi insieme ai compagni in una classe, in una scuola, non lo aveva mai conosciuto.

Non oso pensare come si potesse sentire in quei momenti.

Non oso pensare quanto desiderio di imparare potesse riversarsi in lui.

Quello che so è che decidemmo di tenere viva quella sua voglia di imparare e quello che è successo dopo è stato meraviglioso.

Tafita quell’anno in pochi mesi riuscì a superare i test di ammissione alla seconda classe ed oggi ancora lo stiamo aiutando a studiare.

Ora ha 14 anni ed un sorriso più timido,

ma se si guarda bene in quegli occhietti si vede ancora quel bimbo tutto pepe che qualcuno come me ha avuto la fortuna di conoscere.



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