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Ho incontrato l'Essenziale: la testimonianza di Alessio.

"Tongasoa!"

"Misaotra".

No, non sono degli sciogli lingua! Sono tra le prime parole in malgascio che ho appreso, lingua che difficilmente potrò dimenticare totalmente nonostante l’utilizzo ormai non più “quotidiano” di tali espressioni. Tutto comincia dall’aeroporto di Antananarivo (d’ora in poi Tana): un aeroporto essenziale, senza cartelloni pubblicitari elettronici, grandi aree di ristoro o aree fumatori. Non per questo però non si può dire che non sia accogliente, considerata la presenza di numerosi abitanti locali, pronti ad offrire un aiuto con la valigia o un viaggio in taxi. Un po’ per spirito di accoglienza, un po’ per necessità di sopravvivenza, dal momento che in Madagascar occorre reinventarsi e rimboccarsi le maniche per poter “sbarcare il lunario”.

Da anni è infatti tra le prime dieci nazioni più povere del mondo, nonostante la grande ricchezza culturale, paesaggistica ed anche materiale ( sfortunatamente per pochi eletti!) del Paese. Proprio queste controversie e la curiosità di conoscerle più da vicino mi hanno spinto fino all’Isola Rossa.

Partivo con la volontà di poter dare un aiuto, un piccolo supporto alle famiglie ed ai bambini di Fianarantsoa, la mia destinazione finale. Il viaggio da Tana a Fianarantsoa è lungo, corre attraverso la “Route Nationale 7”, percorso aspro e non privo di pericoli di ogni tipo. Dalle finestre intravedo le immense distese verdi e le grandi risaie, ma anche le strade scarsamente (o per nulla) manutenute, auto datate dai livelli di inquinamento preoccupanti, donne che portano carichi importanti sulla testa, uomini che spingono con fatica pesanti “carri”.


Intuisco subito che la vita agiata, le comodità, i privilegi del mondo occidentale non sono presenti in questo posto. Ma non è un dramma, questa gente ad ogni modo vive, perciò la cosa non mi spaventa. Incontrerò nei giorni a seguire i bambini, con quelli occhioni pieni di speranza e le labbra espressione di felicità smisurata. Sono tutti eccitati di conoscere i nuovi volontari, i compagni di vita, di giochi, di avventure, con cui affronteranno i mesi a seguire. Non potrò mai dimenticare le urla di gioia quando ci si incontrava, il rapporto di simpatica complicità che questi piccoli ometti e donnine erano in grado di instaurare con noi volontari, offendo la loro partecipazione in qualsiasi attività proposta, dando la manina quando si andava a scuola, o semplicemente un abbraccio quando notavano qualche pensiero, qualche malumore, qualche disagio. Ho necessariamente voluto utilizzare i termini “ometti” e “donnine” perchè i bambini che ho avuto modo di conoscere sono diversi in qualche modo da i bimbi che avevo incontrato in precedenza. Probabilmente addestrati dalle difficoltà che la vita può presentare in un Paese in cui il cibo, un tetto, l’educazione scolastica sono tutt’altro che garantiti. Eppure quel sorriso, quell’enorme sorriso, non mancava mai. Così come non mancava la speranza, nata dalla fede nel buon Dio (Andriamanitra, in lingua malgascia), che anche io da ateo-agnostico, ho ritrovato proprio in seguito a questa esperienza. Ma la fede non è l’unica cosa che mi porterò dietro al mio rientro. Porterò sempre con me il ricordo di quei sorrisi dolcissimi che non nascondono una grande determinazione, di quello spirito di accoglienza e condivisione (anche quando non si ha a sufficienza!) che i malgasci mi hanno insegnato. La più grande difficoltà è stata quella di essere Vazaha (straniero, uomo bianco), quella sensazione di avere sempre gli occhi addosso e non perché sia mai stato un bel fusto. Ma ho saputo accettarlo, trattandosi del rigurgito del colonialismo e l’imperialismo spietato che ha impoverito il Paese (sebbene non ci sia accezione negativa nel termine “Vazaha”), ed infine superarlo del tutto, adottando per quanto potessi uno stile di vita moderato dal punto di vista materiale, ricchissimo dal punto di vista delle relazioni umane, con i bambini, i genitori, gli educatori e gli amici locali. Ho imparato a non essere “Vazaha” nemmeno a casa mia, ho imparato l’abilità del risparmio, ho iniziato la mia lotta personale allo spreco e al consumismo spietato. Ho imparato, ancora, che la vita è fatta da piccole gioie, che un sorriso può illuminare le mie giornate e che la condivisione va oltre qualsiasi cultura e qualsiasi disponibilità. Insomma, ero convinto di partire per portare un mio contributo, sono tornato a casa con la consapevolezza di aver ricevuto molto di più di quando possa aver dato, seppure sono convinto di aver lasciato un bel ricordo in quegli ometti e quelle donnine dalla vita “essenziale”. Essenziale, proprio come quell’aeroporto di Tana, da cui tutto era cominciato.


Scritto da Alessio F.

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